Il cibo è cultura, ma anche un mare di soldi - Passaggi Festival
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Il cibo è cultura, ma anche un mare di soldi

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Il cibo è cultura, ma anche un mare di soldi

Lo chef Ferrero scrive a Renzi.

Maestri del gusto a tavola, non sappiamo fare sistema neanche in cucina. Ma proprio la tradizione e la cultura alimentare italiana potrebbe essere il volano per aiutare il Paese uscire dalla crisi. «Perché il cibo è cultura ma anche un mare di soldi e posti di lavoro». Lo sostiene Federico Francesco Ferrero, medico nutrizionista vincitore della terza edizione di MasterChef Italia, in una lettera aperta rivolta al premier Matteo Renzi pubblicata sul suo profilo Facebook, che sta facendo il pieno di like e condivisioni. Con l’hashtag #ilcibosoprattutto, il medico-chef guarda all’Expo: «Dovrebbe essere una straordinaria occasione di far conoscere al mondo la nostra cucina e i suoi legami con l’arte» e la cultura del nostro Paese. Lo chef era stato invitato a partecipare alla Festa dell’Unità, un appuntamento mancato, ma molto familiare:

«Caro Matteo, ero solo un bambino ma ricordo lucidamente il profumo della cotenna di maiale caramellata che, ancora oggi, mi mette l’acquolina in bocca. All’epoca la mia famiglia non votava comunista, forse neppure la tua, se ricordo bene, ma la porchetta della festa dell’Unità non ce la perdevamo per nulla al mondo.

Si vede che il sapore, anche negli anni di piombo, sapeva unire gli italiani. E ancora oggi potrebbe farlo. Per questo, mi dispiace davvero di non aver potuto partecipare alla Festa nazionale de l’Unità, per cui avevo ricevuto il Vostro gradito invito, e desidero farti avere comunque le riflessioni che avrei voluto condividere con le tante famiglie convenute a Bologna».

 C’è un «solo settore dove ancora nessuno ha messo in discussione l’autorevolezza italiana: la cucina», scrive Ferrero. «E allora com’è possibile che l’alta ristorazione italiana non sia ai primi posti nelle classifiche mondiali? Abbiamo qualche singola eccellenza, anche nelle primissime posizioni dei premi internazionali, ma globalmente, l’Italia non va oltre la sufficienza. Forse perché neppure in cucina sappiamo fare sistema. Dietro al riconoscimento planetario dell’alta ristorazione di Spagna, Brasile e Danimarca, ci sono i rispettivi governi, che hanno lavorato per il sostegno e la promozione di questo settore. E ora ne raccolgono i frutti in termini di turismo, visibilità, attrattività, esportazioni, posti di lavoro. Non so a te, ma a me viene una certa tristezza quando paragono la nostra cucina, che ha quasi tremila anni di storia, alla gloriosa cucina danese».

«Eppure il traffico aereo è molto aumentato verso Copenaghen da quando il Noma, dove si pranza con gusto e intelligenza, è stato riconosciuto come miglior ristorante al mondo. E non c’è bisogno di essere dei manager internazionali, basta sedersi un giorno su un volo per Sharm el-Sheikh, per scoprire che le riviste aeree che un tempo citavano monumenti e musei, oggi non parlano d’altro che di cibo».

Ma se la cucina «è un mezzo di comunicazione facile, immediato, comprensibile a tutti, democratico direi, per far venire l’acquolina in bocca rispetto alle bellezze artistiche, al paesaggio, alle arti, al sistema dei musei, alla ricchezza senza pari delle nostre città, al mondo dell’artigianato e della cultura italiana, non perderei l’occasione di proporlo anche noi, questo menu, al mondo intero».

Gli stranieri, riflette lo chef torinese, «vengono sempre meno in Italia per fare le vacanze: costa caro, siamo disorganizzati e li trattiamo male. Ma hanno ancora l’entusiasmo di voler condividere quello che pensano sia il nostro ‘stile di vità, basato sulla bellezza, sulla lentezza e sulla qualità, costruito sui gusti e sul buon gusto. So che stiamo perdendo anche noi questo stile di vita, diluito in un’esistenza dai ritmi sempre più rapidi e dai contenuti sempre più inconsistenti, ma se sapremo valorizzarlo, saremo imbattibili nell’offerta di accoglienza, di cultura e di ospitalità.

E l’ospitalità inizia quando si mette piede nel nostro territorio. Sui (nostri?) vettori aerei, nelle stazioni e negli aeroporti, nelle università e negli ospedali, sui treni e negli autogrill, dovrebbero risuonare le note della nostra grande tradizione gastronomica, mentre, piccole eccezioni a parte, è tutta una sinfonia di panini surgelati, cibi precotti senz’anima, pizze indigeste riscaldate dai cinesi a Venezia e cornetti degni degli esperimenti di un mediocre laboratorio chimico».

«Credo valga ancora la pena di fare uno sforzo per salvare la proteiformità reale e viva del nostro cibo, prima di chiuderla sotto vetro. Perché il cibo – sostiene Ferrero – è cultura ma anche un mare di soldi e posti di lavoro. Voglio provare a pensare una cosa di sinistra: non si salva più il Paese con l’automobile. Lo sappiamo tutti. C’erano gli operai una volta alle feste dell’Unità. Oggi ci sono i cassaintegrati. Ma potremmo avere invece molti piccoli imprenditori dell’accoglienza, impiegati nel turismo, addetti della cultura, della ristorazione, dell’artigianato e dell’agricoltura di eccellenza.

È necessario pensare a un futuro diverso per i nostri figli, e spesso anche per i nostri coetanei, che forse può passare (anche) attraverso la valorizzazione del cibo». Per questo motivo «credo che l’Expo dovrebbe essere una straordinaria occasione di far conoscere al mondo la nostra cucina e i suoi legami con l’arte, con il paesaggio, con il territorio, per far venire in Italia milioni di viaggiatori di qualità, più che per pensare di esportare il nostro cibo nel mondo. I nostri prodotti migliori sono artigianali, non avremmo neppure la maniera di produrne abbastanza se tutto il mondo li volesse: dove troveremmo il latte per altro parmigiano o i maiali per altri prosciutti? È la voglia di venire a visitare questo Paese che dobbiamo esportare.

Il cibo deve rimanere qui, prodotto con eccellenza, lentezza, tradizione e sapore e qui il mondo deve venire a gustarlo e a farne esperienza. L’ha sempre detto anche Slow Food, di cui siamo comuni amici, sono i viaggiatori che devono muoversi, non i cibi. Perché questa è l’unica opzione ecologica e sostenibile per distribuire ricavi ai molti, mentre le grandi esportazioni arricchiscono i pochi a discapito dei più».

«Perché non abbiamo una grande scuola di cucina, che offra corsi agli adulti, in ogni capoluogo di (ex) provincia d’Italia? Perché chiudiamo le Accademie e mortifichiamo i conservatori? Perché almeno un terzo dei professori e degli studenti paganti non sono stranieri nelle nostre università, che sono le più antiche del mondo? Milioni di persone verrebbero in Italia per imparare. E uno dei motivi principali è che ‘si mangia benè, meglio che da qualsiasi altra parte. Il cibo tocca delle corde dell’animo umano più profonde di quelle che immaginiamo». Purtroppo «però non è vero che si mangia bene in Italia. O meglio, si mangia sempre peggio». «Non sono uno chef e non ho una ricetta da consigliare per diventare un cuoco di successo. Come non ho una ricetta per l’Italia. Provo solo a dire la mia opinione su qualcosa che conosco abbastanza bene, perché vi ho dedicato la vita, con passione», scrive Ferrero.

«In Italia, in ogni scuola di ordine e grado, dovrebbe essere riservato un posto speciale alla gastronomia, accanto all’arte, alla musica, alla letteratura. E posti gratuiti dovrebbero essere a disposizione degli studenti nei palchi dei teatri come sulle sedie delle tavole stellate. È solo un’educazione al gusto e al buon gusto quella che può salvare questo Paese, ridandogli riferimenti estetici che, lo sapevano bene i filosofi greci, diventato canoni etici».

Insomma, «il cibo, la cucina, il gusto non possono non essere il primo punto di un programma di rilancio dell’Italia. Ho proprio scritto il primo, non per delirio, ma perché lì ci sono molti punti di Pil e molti posti di lavoro che aspettano solo di essere colti. E, soprattutto, perché – conclude – la cucina è uno straordinario mezzo di comunicazione e di marketing per tutta una serie di altri servizi e prodotti, ma questo sono certo che lo sai meglio di me. Se centinaia di milioni di stranieri vorrebbero venire nel nostro Paese per conoscere la nostra cucina, e se milioni di italiani adorano le cucine televisive, allora vuol dire che c’è in giro qualcuno che pensa che il cibo sia ancora importante per questo Paese. Certo, non siamo solo il paese del cibo e del vino. Ma attorno a questa reputazione possiamo costruire una solida vocazione per questa nazione: #ilcibosoprattutto».

 Leggi l’articolo nel sito di Online–News.it

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